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About Cinema

About Cinema

Così la proiezione comincia e il tempo è solo per le immagini. O meglio, per le immagini e il pensiero, che’ senza quello nulla avrebbe senso. Si perché di pensieri che si muovono, di questo tratta il cinema, sempre, anche quando non lo vorrebbe. Qualunque azione visualizzata sullo schermo è come la conferma che quella cosa ci può essere, sia che sia assurda e inconcepibile che concreta e conosciuta. Il termine più sbagliato di tutti è in questo senso proprio ‘realistico’, perché ogni immagine è sempre reale se la vediamo, esiste sempre, non ha senso definirla con un termine la cui natura è l’esserci sempre. E che eccitazione scoprire l’infinita varietà delle prospettive, su questa terra! Poi il cinema ha svariati problemi, non solo non risolti ma anche non concepiti. Come una moneta, ha due facce: è utilizzato sostanzialmente in due modi diversi. In uno, il più comune purtroppo, viene usato per raccontare delle storie al fine di guadagnare tanti soldi. Nel secondo modo, quello più raro e prezioso, e fatto da gente (tali ‘autori’) che ha bisogno di farlo per esprimersi, e in ogni film che fanno –se ci riescono- danno all’umanità la propria visione del mondo, sia essa giusta sbagliata, dritta o distorta. Ma proprio queste distorsioni ci servono: accentuano all’esasperazione un aspetto dell’umanità o dell’essenza, facendoci capire che esiste anche quell’aspetto. ‘Grande angolo’. Conoscere tanti aspetti diversi di tutte le cose è proprio bello! Questo modo di fare cinema, non necessariamente esclude la possibilità di una narrazione. Ma se ne dovrebbe infischiare di seguire ciò che i produttori vorrebbero che tu raccontassi, e anche ‘come’. Io faccio collezione mentale di filmografie degli autori che amo. Il cinema ‘libera la mente’ diceva Fassbinder. Proprio perché la nutrisce in maniera supertotalizzante. Non esiste un’arte più completa e definitiva del cinema. Letteratura, teatro, musica, pittura, fotografia, scultura, architettura, tutte condensate in unica ‘super cosa’. E pensate che rare volte viene utilizzato nelle sue massime potenzialità! Il problema è che migliaia di film si assomigliano, e vengono realizzati industrialmente, viene annullata la possibilità di essere diversi, fare delle cose strane. Divorate i film di Orson Welles, e la sua incredibile storia, eterni progetti da scalare sotto il peso delle difficoltà produttive, la ricerca della libertà. Quel Citizen Kane raro esempio di totale libertà creativa con mezzi titanici, ma anche Mr. Arkadin e Quinlan, F per Falso e Othello, inquadrature ‘spostate’ dalla presenza mostro del suo autore, di un carisma geniale eterno. Sempre giovane, dall’aspetto vecchissimo. Quando vedi una foto di Welles devi sempre togliere un diciotto vent’anni all’età che dimostra in quell’immagine: chi è più avanti degli altri spesso corre avanti anche nel tempo e invecchia prima. Gustatevi i movimenti di macchina di Max Ophuls, gli sguardi di Renoir, i pochi film di Cocteau, o i magici due film di Jean Vigo, la poesia di tantissimo cinema europeo o l’energia degli Stati Uniti. Ho iniziato a sapere che il cinema ‘era la cosa da fare’ con Alfred Hitchcock. Dei film perfetti, una suspence incredibile, ma soprattutto ‘il momento hitchcockiano’. Che poi in realtà tutto il film lo è, ma in particolare c’è sempre un momento in cui lo senti. Alla vittima le cadono gli occhiali, e mentre viene strangolata vediamo tutto dal punto di vista di quelle lenti, per terra. E in un gioco di riflessi distorti, quadrupli sguardi (autore, attrice, noi, gli occhiali) capiamo che ci troviamo nel momento clou del film. Delitto per delitto. In Notorius una carrellata rivelatrice ci mostra cosa tiene in pugno Ingrid Bergman, e anche cosa tiene in pugno il regista. Quel ‘far sentire il mezzo’ è tutta la potenza del cinema. Ecco, in quei momenti il cinema non è più un frullato delle altre arti, ma proprio usa i mezzi solo suoi. Se si potessero vedere più film solo del cinema, sarebbe magnifico. In realtà esistono anche nella contemporaneità, proprio in questo momento, film bellissimi, sguardi d’autore, film quasi geniali, film liberi. Il vero problema è che non esistono strutture pubbliche su vasta scala per una corretta e grande diffusione. Tutte le maggiori città hanno grandi musei. Ma pochissime hanno grandi cinema, magari enormi, dove si proiettano a tutte le ore tutti i tipi di film, escludendo i titoli che già escono prepotentemente in tutto il mondo. Il genere ha vinto da quasi sempre. Dal sonoro in poi, ma anche prima. Ah! Lo sapete che il cinema ha meno di cent’anni? ..Insomma, si è festeggiato il centenario nel 1995, ma non ditemi che i film dei Lumière sono vero cinema. E anche fino (arrotondando) al 1915 il cinema non era ancora non solo maturo, ma anche ‘compiuto’ e definito. Pur essendoci già state le più grandi sperimentazioni in un periodo anarchico e selvaggio. Tutte le divinità abbiano sempre in gloria i meravigliosi film di George Mèlies, genio assoluto, creatore addirittura forse di alcune delle immagini più belle mai fatte, che fanno ‘stare bene’ gli occhi. Ecco, intorno all’ultima data che ho citato tale Griffith aveva già detto quasi tutto. Ma è solo nel decennio dopo che il cinema si diffuse davvero tanto, avvicinando la concezione di film ‘davvero lungo’, una storia raccontata oltre l’ora di proiezione. Da questo punto di vista, forse solo negli anni venti del duemila potremo dire che questo cinema ha compiuto cent’anni. Pensate che brividi, occuparsi della somma arte (troppo spesso solo ‘in potenza’) che ha meno di un secolo! …L’orrore di oggi è che non è affatto trattata come le altre arti. Ma in fondo le motivazioni sono validissime: da anni il cinema è l’immagine dell’intrattenimento. Il bambino salta la scuola e si rifugia al cinema (ah, parentesi, io non ho mai trovato un cinema aperto alla mattina, ma pare che da qualche parte sia possibile, mah) per non studiare. Eppure in potenza va proprio a rifugiarsi nel porto più studioso che esista! Più fertile del Louvre e di qualunque libro di storia. E invece troppo è di spettacolo, spettacolo vuoto. Ormai si va in una multisala, e lo spettatore medio sa di trovare, nell’ordine: un grande film d’azione hollywoodiano, un film d’animazione in 3D per tutta la famiglia, una commedia americana romantica o stupida, un film horror, un film di fantascienza varia d’azione (non pura), e se si è in Italia, una commedia comica con dei ‘personaggi’. Poi per carità, spesso si trova il film d’autore, ma è lì perché ha vinto a Cannes o a Venezia, o comunque perché è stato lanciato, e magari è un film ‘caso’. Il punto sostanziale è che io non odio nessuno di questi film! Ne sono da sempre un accanito fruitore, e nulla spesso vi è di più dolce di lasciarsi cullare da binari risaputi, da un ritmo veloce, dalla chiarezza, dalle immagini pulite e politicamente (o puliticamente) corrette, e dal sano divertimento. Il problema è che tutto questo non dovrebbe intaccare minimamente l’esistenza e la diffusione dell’altro cinema. Che avrebbe bisogno di un’altra multisala, con all’interno un film supersperimentale, dei film amatoriali grezzissimi ma interessanti, dei film ‘con mezzi strani’, film minori di grandi autori e grandi film di autori minori, e retrospettive, come la pioggia. Allora lì si che saremmo quasi pari con l’altra multisala. In questa però l’ingresso sarebbe raffinato e solenne come i grandi musei europei. Cosa ho collezionato finora? Di tutto, sempre. Ma sempre e solo sguardi. O atmosfere. David Lynch che costruisce a Parigi un locale per rendere vive e ‘vivibili’ quelle Atmosfere. Dolcissimo. Kubrick e tutte le sue immagini inquietanti, sempre paurose. Haneke colui che ci fa conoscere gli aspetti più sadici dell’essere umano, e soprattutto una terrificante paura ‘dell’essere raggiunto e poi ucciso in modo violento dopo un lungo assedio consapevole e di primo acchito misterioso e suggerito’. Tutto il cinema di Marco Ferreri, il mio regista italiano preferito. Non un solo film per il pubblico, solo la sua visione, solo film necessari per la sua espressione. Il genio assoluto e totale di Quentin Tarantino. Quante ore ci vorrebbero per poterne parlare. Il magma della filmografia di Claude Chabrol, ossessione per i topini umani della borghesia di provincia che è sempre ‘mondo’, e le sue psicologie intrapersonali che rivelano le contraddizioni dell’uomo, quasi fossero proprio un ‘tic’. L’esasperazione del cinema orientale. Il cinema giapponese è l’unico ad arrivare ad estremi di impressione (Ozu) ed espressione (Suzuki). Ho amato il Takeshis’ di Kitano, ebbene sì. Poi non potrei vivere senza Fellini, mi dispiace. Innamorato a prima vista di Polanski da sempre. Meraviglioso. Eppoi bè, Resnais, Antonioni, Lang, in fondo anche Robbe Grillet, Roger Corman, Jack Hill, Fukasaku, tutto Peckinpah, il suo cognato Walter Hill e una cinquina di suoi film perfetti, l’After Hours di Scorsese da rivedere ogni notte, tutto ciò che a fatto Brian De Palma con una macchina da presa, tutti i film horror (il genere più diffuso fra i generi), gli incredibili dialoghi di Rohmer, forse quelli sì davvero più reali del reale (ti verrebbe da dire, ‘ok, basta, personaggi, dite almeno un luogo comune, uno!’), la passione di Truffaut, l’incredibile sguardo sempre più fresco di Bertolucci, le immagini d’avanguardia che si trovano in certi film comici d’annata, il Safety Last con Harold Lloyd, l’incredibile storia che c’è dietro ad ogni film di Parajanov. Non si può non aver visto da sempre quasi tutto Bunuel, conoscere a memoria ogni film di Woody Allen, amare tutto ciò che ci può insegnare Werner Herzog, e l’approccio alla propria filmografia di Wim Wenders. Oshima e le furie dei suoi personaggi. I film per adulti ‘kolossal’ di Paul Verhoeven. Le ‘dinamiche assurde’ della paura di tutto Dario Argento, le dilatazioni uniche di Sergio Leone. I thriller di Fincher. Il montaggio di ‘Zombi’ di Romero. Gli ‘oggetti’ meglio diretti da sempre in tutto il cinema di Bresson. L’uomo Lars von Trier, in quel finto ‘von’ tutta la giusta autoproclamazione di altezzosa pecora nera, il peso dei film Russi, l’incredibile e fantascientifica epopea filmica di Bergman, l’Italia e i suoi troppi grandissimi autori. Eric von Stroheim e Abel Gance. Ogni fiato audiovisivo di Billy Wilder e Joseph Losey. Powell e Pressburger. Il mitico John Carpenter, Cimino e i suoi film tonitruanti. La forza e il carisma di Sam Fuller. Il cinema mai compreso di Andy Warhol (autore che ha la massima espressione proprio in quest’arte, ma non se ne parla). Tutti i film girati fra il 1967 e il 1971. E ovviamente le immagini dell’Inferno di Clouzot. Potrei andare avanti forse per sempre, parlarvi del mio film preferito: La Febbre dell’Oro di Chaplin. Ma non posso non definire la creatura più geniale e pazzesca di sempre. Il signor Jean Luc Godard. Semplicemente ogni cosa che ha fatto, detto, scritto, riflesso quest’uomo è una vitamina per il cervello di ogni essere umano. Di primo acchito difficile da masticare, persino da inghiottire. Senz’altro l’unico regista assolutamente ‘non per tutti’, perché prima bisogna metabolizzare quest’arte in modo pieno. Poi è una goduria vedere chi davvero è riuscito a giocarci con quest’arte, reinventandola dalle fondamenta. Regalandoci un paio di decenni di puro estro geniale, con un rapporto con il cinema unico, inimitabile e da pelle d’oca. Bisogna vederli quasi tutti i suoi film, per capire. Questo piacere è una delle mie ragioni di vita. Il cinema è infinito proprio perché ‘fa vedere’. Fa vedere l’uomo all’uomo. E anche ai marziani, se esistessero. Sogno di poter usare l’oceano Pacifico come gigantesca parete riflettente con titanici proiettori multipli attaccati ai satelliti e specchi per rimbalzare le immagini di portata stellare per diffondere il cinema in tutta la galassia. Portare le tante visioni. Per questo c’è un’espressione che è la migliore per definire cosa ‘fa’ il cinema. Fa vedere, dicevo. E quindi un Autore cinematografico è l’unico che può pienamente dire ‘Ora vi faccio vedere io’.


Qui si trovano altre mie parole sul cinema:

http://www.youtube.com/channel/UC-W5AE7RJdWTD8YO7OGSOiw?feature=mhee

Matteo Ierimonte

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